Un viaggio interiore attraverso l’Irlanda.

3 Ago

ireland 2

Una settimana. Due città e due paesini. Tantissimi paesaggi. Musica come se piovesse. Pioggia da danzare. Persone splendenti con cui chiacchierare come se ci si conoscesse da sempre e come se ci si volesse scoprire a fondo.

“There are no strangers here; just friends you haven’t met yet. “

dublin night


>> DIARIO DI BORDO <<

| Day One. Dublin.

Uscite dall’aeroporto prendiamo il nostro primo taxi e scopriamo subito quanto gli irlandesi sappiano essere gentili. L’anziano autista ci chiede di dove siamo e per quanto staremo in Irlanda e cosa andremo a vedere. Domande a cui presto ci abituiamo, dal momento che tutti avrebbero continuato a porci. Con un entusiasmo mai sentito prima. Amano il loro paese e adorano che noi lo amiamo almeno altrettanto. Con la stessa accortezza il signore ci da qualche dritta e qualche consiglio, ci dice di prestare attenzione e poi ci fa scendere davanti al nostro primo ostello. E poi ci saluta, come se fosse un nostro parente di qualche grado secondario e ci volesse già un po’ bene.

Guidate da questo primo lieto incontro, lasciamo diligentemente le nostre cose nella stanza e ci prepariamo per un giro all’avventura per le strade della città.
Uno sguardo al canale e poi verso il centro, partendo da O’Connell.
Ce ne innamoriamo subito.
C’è un sacco di gente in giro, ma non sembra comunque troppo affollata, c’è qualcosa di rilassato anche nelle persone che vagano per Henry St e che entrano ed escono dai negozietti.
Presto incontriamo la prima coppia di buskers. Due chitarre che improvvisano guardandosi costantemente negli occhi per trovare la giusta armonia. Maestria nelle dita e gioia nel corpo, suonano perché ce l’hanno nel sangue, suonano perché il piacere di farlo è più forte del resto, del vento, del freddo, di chi li ignora, dei pochi soldi nelle custodie degli strumenti.
Rimaniamo affascinate e li ascoltiamo per un po’ prima di proseguire. Lasciamo anche un piccolo pensiero per loro. E già sappiamo che sarà così anche per i prossimi, perché quasi in ogni strada c’è qualcuno che come loro suona e canta con gioia e passione ed è impossibile non fermarsi a guardare l’energia e l’amore che mettono.

Arriva la fame, anche se non sappiamo bene che ora sia, e quindi cerchiamo il pub con cui iniziare la nostra scoperta della Dublino serale. Ci sarà da mangiare? Solo sandwich a questo giro.. Proviamo!
“Mi raccomando, mettete le chips all’interno del panino! E’ ottimo!”
Con qualche remora seguiamo il consiglio e non potremmo esserne più grate. Patate dolcissime, fritte sicuramente in casa, dentro un pane forse integrale, ma sicuramente squisito. Una prelibatezza che ci saremmo di certo perse se il barista non avesse avuto il pensiero di dircelo. Lo ringraziamo con calore e poi continuiamo il nostro giro.

Uno, due, tre pub alla ricerca di musica live. I cocktails sono buoni e pure economici, ma vogliamo la vera Dublino.
Finalmente ne troviamo uno che pare faccia al caso nostro, ma il cantante ha appena finito.. ci dicono di tornare nei prossimi giorni che la musica non manca mai, ma finisce presto. Poi ci consigliano di andare al “Burskers” a Temple Bar. Ahi! La zona turistica… ci eravamo ripromesse di evitarla, ma non avendo altre idee proviamo lo stesso.

La musica c’è, due cantanti dall’aspetto di biker che cantano Madonna. (Pare andare molto di moda da queste parti!).
Ci sediamo e prendiamo finalmente la prima Guinness. Una delizia per il palato. Densa e corposa, ma un sapore dolce che la rende quasi leggera.. a metà tra il cioccolato e il caffè. Mmmh. Meraviglia.
Il posto però continua a non fare al caso nostro e siamo stanche così ci incamminiamo verso i letti. A metà strada però ci rifugiamo in un ultimo piccolo pub. Fortunatamente, perché proprio in quel momento inizia il diluvio!
Ed ecco l’illuminazione… i pub sono il rifugio dalla pioggia! Quando scende l’acqua ti fermi a far scendere un po’ d’alcol. Easy.

E poi un altro incontro con un altro tassista gentilissimo. “Se lo prendete dall’altro lato del ponte vi costa molto meno, perché da qui dovrei fare un giro strano!” Ringraziamo, corriamo sotto la pioggia che si è un po’ diradata e finalmente andiamo a dormire.

—-

Mi è bastato mettere un piede in questa città per sentirmi a casa. Ero arrivata da meno di cinque minuti e già pensavo “voglio venirci a vivere”. Mi sentivo in pace, come mi era successo solo a New York – la città che da quando ancora non sapevo scrivere sapevo essere la *mia* città. E la sera girare per le strade mi faceva sentire al sicuro, ero tranquilla.. qualsiasi cosa facessi, non c’erano timori. Questo non lo avevo mai provato.

| Day Two. Galway.

Quattro ore di autobus e siamo a Galway. Quattro ore di entroterra, di prati infinitamente verdi, di mucche che bivaccano, di brughiere, qualche tetto qua e là, piccoli greggi di pecorelle tosate e tanti cartelli in gaelico. Noi, cinture allacciate, un po’ di musica nelle orecchie, gli occhi che si richiudono per la sveglia troppo presto, foto scattate a paesaggi a cui sembra di girare intorno, tante chiacchiere e una bambina nel sedile posteriore che continua a chiedere “Are we there yet?”.

E qualcosa dentro di me che risponde “sì”. Sì sono dove devo essere. Sono arrivata. Questo paese è il mio posto.

Alla fine eccoci arrivate. Ci fermiamo subito in un pub per pranzo e la signora ci serve del cibo succulento, con le solite attenzioni carine che gli irlandesi mettono nelle relazioni umane. Ma è già ora di andare.
Il tempo sembra sfuggirci dalle mani, ogni luogo, ogni conversazione, ogni piatto e ogni melodia sembrano aver bisogno di una dedizione più larga di quella che il nostro tempo ci permette, così ogni volta ci sembra di aver dimenticato qualcosa o averne lasciata un’altra a metà.

Arriviamo all’ostello. E’ stretto, con troppe scale e disordinatissimo; non ha una sala comune grandissima e col tavolo da biliardo come il precedente. Le mie compagne di viaggio dicono abbia un’energia poco invitante, ma io questa cosa non la sento. Lo trovo un po’ alla buona, un po’ disorganizzato e bisognoso di una piccola sistemata, ma ha qualcosa che mi intriga. Il proprietario per quanto squinternato mi ispira grande simpatia e il posto mi manda vibrazioni interessanti.

Andiamo in fretta a fare un giro per il pontile, qualche foto e un po’ di venticello osservando l’orizzonte. Poi camminando troviamo una piccola spiaggia. La sabbia è compattissima e quasi grigia, non sembra umida ma si appiccica come cemento.
Puccio i piedi nell’oceano.
Stupore! Non è freddo!
La marea si sta alzando velocemente, ma resto per un po’ con le caviglie in ammollo.

E poi di nuovo via, nella stradina più frequentata. Una cena veloce che il Galway Arts Festival ci aspetta.

La sciarpa della mia amica è sparita.
Impossibile!
La cerchiamo ovunque, era un cimelio di sua madre e dei suoi viaggi. Ripercorriamo tutte le strade fatte, ma niente.
Sarà stata una compagna di stanza? Sarà stato il vento? Saranno stati i leprecauni?
Chi lo sa. Con un po’ di amaro e con un po’ di ritardo ci avviamo verso il concerto.

Prima suona Damien Dempsey, che non ho mai seguito e che mi stupisce piacevolmente. Tiene davvero bene il pubblico e ha una voce profondissima, davvero Irish!
Poi è il momento di Glen Hansard.
La motivazione che in origine ha dato luogo a questo indimenticabile e imperdibile viaggio.
La sua voce, il suo viso, tutto il suo corpo e la sua bocca, le mani e anche le sue chitarre come fossero prolungamenti di lui, si muovono esprimendo con ogni muscolo l’entusiasmo e il divertimento! Guardandolo e ascoltandolo e lasciandoti penetrare dalle vibrazioni della sua musica riesci percepire quanto sia vitale per lui stare su quel palco e senti che in quelle perfomance mette tutto di sé, emotivamente e visceralmente.

Uno spettacolo impareggiabile.
Concluso con “The Auld Triangle” eseguita insieme a Damien. Stupendi.
(Ahah non riuscivo a togliermi dalla testa quel ritornello da quando gliela avevo sentita fare a Bologna!)

In fila per il bagno un gruppo di ragazze attacca bottone e iniziamo a parlare del concerto e di quanto tempo è che seguiamo i The Frames e del fatto che dovremmo sentirci vecchie, ahah.
Torno al tavolo dalle altre e anche loro stanno chiacchierando con delle irlandesi, che si mettono a cantare una canzone in gaelico e che ci danno consigli su dove andare a Co. Clare.
Giusto il tempo di accendersi una sigaretta e ci vengono a dire che il festival deve chiudere. Così usciamo.
Restiamo un po’ di tempo sedute sul prato lì fuori, nella speranza di esaudire sogni da fangirl.
Ma poi il freddo ci sovrasta e sembrano essere andati via tutti, così ci avviamo alla ricerca di un pub in cui prendere una Guinness della buona notte.

You can’t always get what you want, dicevano i Rolling Stones, but you might find what you need. E così è stato.
Quella notte, in ostello, ho incontrato un uomo dall’aspetto irlandese, dal sangue francese e dalla lingua che si allenava all’inglese. Un fotografo che nella vita fa il tecnico delle cabine per fototessere. Un ragazzo senza età e con gli occhi pieni di colori, come una foglia autunnale che guardi in controluce. Occhi che cercavano di fotografarmi.
L’ho incontrato e ci siamo innamorati. Per il tempo di quella notte, di quella mattina, quelle ore.
Un amore davvero puro, che vive di e grazie a se stesso, che non ha pretese.
E le sue mani erano come il suo sguardo, cercavano di memorizzare il mio viso e la mia pelle.
E le sue labbra anche.
Ti avrei voluta a colazione. E a pranzo, e a cena. Ma il nostro viaggio continua, in modo curiosamente speculare.
Porto con me il più bel souvenir.

E la consapevolezza che questo è quello che si prova quando ci si innamora.

Ma siamo già al

| Day Three. Doolin.

Autobus again. Questa volta paesini sulla costa. ancora tanto verde e tante mucche, ma anche il Burren – una distesa montagnosa e dall’aspetto arido e lunare. E casette, pub, chiese, sprazzi di oceano, barche, porticcioli.

La fermata è giusto di fronte al nostro ostello. Ha un’aria belissima, a metà fra un vecchio rudere e un bed&breakfast. Anche all’interno assomiglia più a un B&B, a direzione familiare.
Il proprietario è estremamente carino, come tutti gli altri irlandesi incontrati. Ci spiega subito le cose che si possono fare lì o nelle vicinanze, ci da qualche dritta e ci lascia una mappa.
La nostra stanza è bellissima, sempre con letti a castello ma in legno, con il soffitto stile mansarda e una finestra enorme che mi fa pensare molto ad Heidi.

Il tempo di lavarsi e mangiare qualcosa e si parte per la nostra gita sulle Cliffs of Moher.
Il bus ci porta all’inizio delle scogliere e ci incamminiamo. Pare che voglia venire a piovere, invochiamo gesù o i leprecauni (non l’ho ancora capito!) cantando la nostra canzone della pioggia e il sole protegge il resto della nostra visita.
Il percorso è un po’ impervio, di tanto in tanto le vertigini si fanno sentire, ma la visuale è così bella che non vorrei essermela persa.
E la nostra discesa è accompagnata anche da un arcobaleno. Meraviglia.

A Doolin, ci riposiamo un po’ e finiamo per uscire tardi. Poco male, vedremo solo due dei quattro pub che il posto offre.
Scegliamo il primo a caso, ma penso sia stata la decisione migliore.
Ci sediamo ad un tavolo del Gus O’Connor Pub e subito sentiamo della musica irlandese tradizionale arrivare dall’altra stanza.
C’è un tavolo, riservato ai musicisti, che arrivano uno dopo l’altro durante la serata e si mettono a suonare con chi è già lì.
Canti e balli che risuonano familiari ed è difficile non mettersi a ballare al loro ritmo.
Eppure prendiamo una Guinness e del cibo e una volta finito tutto ci avviciniamo alla gente che li ascolta e applaude in piedi.

Più tardi proviamo anche il Fitzpatrick bar. Un’atmosfera completamente diversa, colori più caldi e avvolgenti, tavolini più lontani, una musica sempre celtica ma più d’ambiente. Un altro mondo rispetto alla vivacità, la voracità e la amichevolezza del primo.
E qua decidiamo di provare finalmente il Whiskey. Il famoso John Jameson della distilleria di Dublino, of course!
E’ amore a primo sorso. Il whiskey più buono che io abbia mai annusato – è il mio primo commento. Pensate dopo averlo assaggiato..

Una cosa bella è vedere anche di sera le famiglie, persone anziane e bambini, lì al pub, a godersi una bella serata serena e freasca, in compagnia degli amici e ascoltando buona musica.

| Day Four. Doolin -> Galway -> Dublin

Colazione grandiosa, piena di semini, all’ostello. Passeggiata sul molo e poi via verso Galway.
Di corsa al Nimmo’s per recuperare le cose dimenticate. Un giro veloce in centro. Un pranzetto a base di bruschette al formaggio di capra e semi. Gnam.
Shopping veloce e poi di nuovo in direzione Dublino.

E’ sabato!
Stasera si fa tardi, è weekend e i pub chiudono più tardi. L’idea è godersi il più possibile la serata in giro per la città, in cerca di buona musica e buon whiskey.
Decidiamo prima di andare a cena e di provare un italiano. Buono, sinceramente buono. Ma porzioni piccole e prezzi altissimi.
Dopo di che andiamo nel locale che il primo giorno ci aveva ispirato ma stava per chiudere. L’O’Sullivan’s. Piccolo, intimo, caldo, con ottima musica e ottimi whiskey (ho provato il Bushmills Blak Bush!). Direi che potremmo definirlo il nostro preferito.
Siamo arrivate un po’ tardi e il cantante sta quasi per finire, riusciamo a goderci giusto qualche canzone e qualche sorriso.
Una volta finita la performance, si aggiungono anche un paio di nomi e di strette di mano.

Poi via. Alla ricerca di altri posti.

Un risciò ci porta in un pub super consigliato, il Murray’s. Very expensive! Ma la musica a tratti è molto invitante e riusciamo finalmente a ballare la danza tipica.

Però il costo è troppo alto e una volta finiti i nostri bicchieri ci avventuriamo in giro. Ci perdiamo quasi a un certo punto e con un taxi torniamo in una zona centrale: Temple Bar.
Vabbè.
Ci arrendiamo, proviamo a girarla.

Ci sono un sacco di buskers, quasi più dei pub. Ne troviamo uno che ci ispira: The Auld Dubliner.
Ci dicono che è chiuso, ma dalla seconda entrata riusciamo a entrare e a fare un giro di bevute e di musica prima che effettivamente chiuda.
Poi davanti a Temple Bar Pub incontriamo di nuovo il cantante (Cormac?) con un amico che ci propongono di andare a bere un’ultima cosa da qualche altra parte.
Li seguiamo e dopo qualche chiacchiera, qualche sorso e le date delle prossime gig, ci salutano e anche noi – stanche – ce ne andiamo a dormire.

faro irland

| Day Five. Dublin.

Sveglia alla solita ora, colazione nell’ostello della gioventù alquanto inquietante per via dell’aria quasi calvinista, a metà fra il religioso e il militaresco. Per poi andare nel nuovo ostello. L’Abbey Court, in pienissimo centro. Con un receptionist super rosso e super carino, gentile, disponibile e simpatico. Insomma super irlandese.
E riusciamo a farci dare la stanza, la stessa, anche per l’ultima notte che avevamo pensato di passare all’agghiaccio.
Che bello, quando torneremo voglio venire qua.

Facciamo un giro per la città. Un ottimo pranzetto a base di bagel.
Rivediamo un po’ del centro, entriamo in qualche negozietto, facciamo qualche acquisto turistico.

All’improvviso inizia il diluvio!
Ci rifugiamo in un negozio di occhiali, insieme a un sacco di altre persone, fino a che capiamo che sta diventando troppo tardi e decidiamo di affrontare la pioggia. Che piano piano si dirada mentre noi arriviamo all’ostello.

Ci rimettiamo in sesto, ci cambiamo e usciamo.

Andiamo all’O’Connell che è proprio di fianco a noi, dove eravamo state la prima sera e ci era piaciuto.
Mangiamo qualcosa, beviamo un drink e poi via, in cerca di nuovi lidi.

Proviamo un altro posto sulla strada che annunciava musica e balli tradizionali.
C’è un musicista che fa musica abbastanza irlandese ed è bravo, ma finisce presto e i prezzi sono abbastanza alti.
Così ci spostiamo e alla fine ci ritroviamo a tornare all’O’Sullivan’s che ci è rimasto un po’ nel cuore.
C’è uno bravo! Ci propone una lista di canzoni tra cui possiamo scegliere cosa vorremmo sentire.. Questo ci entusiasma e gli chiediamo una canzone a testa. La mia è Cannonball. Wow.

A un certo punto mi scrive il mio cantante irlandese…
Finalmente si è liberato e potremmo vederlo questa sera. Le mie amiche ne sono felice e mi vorrebbero lasciar andare da sola, ma io ci tengo che lo conoscano. Ci facciamo suggerire da lui un buon locale e così entro poco lo raggiungiamo al Whelans.
Davvero un bel posto, in una zona molto interessante, viva e poco turistica!
Ci chiede se abbiamo già incontrato dei crazy irish men e no, fino a quel momento non ci era successo, ma da quando ci ha posto la domanda abbiamo continuato a beccarne ovunque. ahah.

Passiamo qualche ora simpatica a chiacchierare, anche con altri suoi conoscenti. Poi le mie amiche con una scusa mi abbandonano lì e lui si ritrova a dovermi accompagnare. Quando inizia a diventare tardi, salutiamo e ci infiliamo in macchina. (Oddio stare al posto passeggero a sinistra è stranissimo!)
“Ho poco tempo, ma mi sarebbe piaciuto molto farti vedere il nostro studio di registrazione.”
In un batter d’occhio ci ritroviamo in questo posto piccolo e pieno di energia, ricavato da una vecchia fabbrica. Non c’è nemmeno bisogno di parlare troppo, i nostri copri sanno già e veniamo attirati l’uno a l’altra come calamite.
Una prima volta per certi versi, una seconda per altri. Ma anche una su un milione.
Occhi così luminosi e labbra così bisognose, non ne avevo ancora incontrati.

Poi è tardi. Mi accompagna. Ci salutiamo.

E capisco, ho voglia… ho bisogno di fare l’amore.
Basta col sesso.

| Day Six. Howth & Dublin.

Colazione a base di uova in una bakery tutta in pink. E poi via verso il DART per Howth.

Già dal treno vediamo dei paesaggi stupendi. Appena scendiamo ci dirigiamo in una spiaggietta. C’era una luce favolosa, ma nemmeno il tempo di tirar fuori la macchina fotografica e arriva un temporale.
Corriamo a ripararci in un ristorante.
Già che ci siamo una Guinness e qualcosa da mangiare non ce le toglie nessuno.
E poi riprendiamo il nostro giro.
Andiamo al pontile, ricomincia a piovigginare ma è piacevole.
E poi di nuovo alla spiaggia prima di tornare in città.

A Dublino scendiamo alla fermata sbagliata e lungo il nostro cammino troviamo il locale che ci avevano consigliato la prima sera: il Longstone! Quindi ci accomodiamo, anche per ripararci dal freddo, e prendiamo qualcosa.
Poi in ostello, giusto il tempo di cambiarsi e fuori di nuovo.
In fretta perché alle 7 cominciava il concerto del cantante che abbiamo conosciuto all’O’Sullivan’s.
Quindi ci dirigiamo al Ferrington’s, a Temple Bar, mangiamo qualcosa e poi ci mettiamo in piedi vicino a lui a canticchiare e ballare seguendo le sue note.

Appena finisce riusciamo a scambiarci un paio di chiacchiere. Ci presenta anche un paio di persone, uno di questi è Sean, un canadese un po’ strambo che ci chiede se può accodarsi. E noi lo portiamo al Whelans, che ci ha conquistate.

Dopo un giro di drink e di sigarette, lo perdiamo. Ma poco male.
Nel frattempo l’ennesimo irlandese dai capelli e la barba rossi attacca bottone e rimane con noi per il resto della serata.
All’inizio sembra un po’ alticcio e continua a ripetere le stesse cose a ripetizione. Nonostante questo è comunque gentile, tenero e simpatico.

Quando arriva l’ora di andarsene, Owen, viene con noi. Ci accompagna per non lasciarci sole e ci tiene d’occhio lungo la strada. Ahah.
Poi inizia il punzecchiamento. Peccato che a un certo punto riesca a punzecchiare miei tasti dolenti e il momento ironico e scherzoso si trasforma in una valle di lacrime.
“This is the worst thing an irish men could do, to make a girl cry!!” dice e cerca in tutti i modi di consolarmi e di spiegarmi che non voleva affatto offendermi o fermirmi.
Così restiamo ancora fino a tardissimo a parlare, su una panchina in riva al fiume, davanti al nostro ostello. Parliamo di massimi sistemi, di problemi personali e di convinzioni, di emozioni, di esperienze e desideri. Di futuro. Di fortuna. Di sentimenti e relazioni. Di tutto insomma, di vita.
Parliamo un sacco ed è piacevole. Così rimaniamo in contatto.

Domani ha un volo da fare e pi per chissà quanto rimarrà in giro.
Ora si va, che è decisamente ora di dormire.

| Day Seven. Dublin.

Oggi è la giornata dedicata alla cultura dublinese, ahah.
Così, dopo una colazione veramente abbondante (cupcake + bagel) ci dirigiamo verso il Leprechauns Museum. Un po’ deludente a dire il vero, molto molto carina, simpatica e interessante la storyteller che ci accompagnava lungo la visita, ma il museoin se non aveva nulla di particolarmente interessante e avvincente da vedere. A parte la stanza dei giganti. Però aveva un aria davvero molto irlandese!

Poi è l’ora della Old Jameson’s Distillery!
(Sulla via abbiamo trovato un favoloso negozietto dell’usato/vintage con prezzi e offerte vantaggiosissime. L’ho amato.)

La visita guidata all’interno della distilleria decretiamo che è troppo costosa, ma – dopo pranzo – una Teste Experience invece è assolutamente da provare!
Quattro rarissimi e invecchiati whiskey! Come rinunciarci?
Il primo aveva 12 anni ed era sublime, il secondo era tipo perfetto.. una riserva selezionata, che non si trova da nessun’altra parte, con un gusto leggermente al legno e al caramello e alle spezie. Il terzo un po’ troppo amaro, mentre l’ultimo – 18 anni, il più giovane tra i più vecchi – era qualcosa di insuperabile! Si sentivano tutti gli aromi, uno per uno, sorso dopo sorso; era pieno di sapori ma per nulla pesante.
Poi un giro di souvenir, per comprare la fantastica fiaschetta con imbuto incluso!
Ed è già ora di andarsi a cambiare per la notte.

Non vogliamo dormire prima di prendere l’aereo, quindi tutti i pub aperti ci aspettano.

Come prima meta decidiamo di andare al più antico pub di Dublino, il Brazen head che ha 800 anni.
Molto bello, molto grande e molto suggestivo. Ottimo cibo (un brie fritto con verdure, sbav) e ottima Guinness.

Poi torniamo verso il centro. Temple bar, again. Per raggiungere il nostro ormai adorato suonatore.
Ci saluta con allegria e, durante una canzone, ci chiede dove siamo sparite la sera prima.
Lo ascoltiamo con piacere, balliamo un po’ e poi ci scambiamo quattro chiacchiere prima che se ne debba andare perché la mattina dopo il lavoro da insegnante di inglese lo reclama.

Ci spostiamo all’ora al vero Pub di Temple Bar che ancora non abbiamo provato e troviamo un duo, chitarra più violino, che suona musica più o meno tradizionale in maniera davvero esaltante.

E quando finisce proviamo a tornare al Whelans, che però quella sera è un po’ vuoto, così facciamo un tentativo nelle vicinanze. Sembra tutto alquanto chiuso e allora seguiamo un consiglio datoci da un paio di ragazze la sera precedente: una specie di locale/night/disco.
Sono tutti piccoli e alquanto esaltati, ma sempre e comunque molto educati e rispettosi.
Beviamo una cosa, balliamo un po’, facciamo due chiacchiere e poi capiamo che non è serata forse o solo non è il momento e quindi torniamo verso l’ostello.

Sulla strada un ragazzo irlandese ci attacca bottone e facciamo un paio di isolati insieme, parlando di chi siamo, da dove veniamo e cosa facciamo. Ci lascia il suo biglietto da visita, ci saluta con amichevole trasporto e poi ci dividiamo.

Arriviamo all’ostello con tanto sonno e dei sorrisi enormi.
Che nel giro di mezz’ora si dissolvono perché è tempo di partire.

| Day Seven Part II. Airport.

Le palpebre che si chiudono. L’ennesimo tassista gentile e premuroso. Il metal detector.
Un’ultima buona colazione. Un giro veloce per il dutyfree, ma in valigia non c’è più posto.

Incontrarsi per caso. Gli occhi che si illuminano e si mischiano con gli angoli della bocca.

Non voglio partire.
Non voglio partire.
Non voglio partire.
Non voglio…

Mi mancherai.
Ma a casa si torna, sempre. *

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photographs credits to Nahyeli Malingamba

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